Sala VII
Nella sala, sono esposte opere del pieno Rinascimento, dipinti e sculture, espressione dei maggiori artisti veneziani del momento e una serie di arazzi di manifattura fiamminga. In un angolo, una delle opere più significative della pittura fiamminga del XVII secolo, il Ritratto di Marcello Durazzo, di Antonie van Dyck.
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Jacopo Tintoretto (Venezia 1518-1594) Ritratto del Procuratore Nicolò Priuli, cat. d.41 tela cm. 125 x105 |
Il dipinto raffigura Nicolò Priuli, il cui nome si legge inciso alla base della colonna su cui il nobiluomo è appoggiato, che dopo una brillante carriera politica durante la quale aveva ricoperto diverse cariche importanti, fu anche membro del Consiglio dei X, venne eletto procuratore nel 1545.
Stranamente il personaggio non porta la veste tipica della carica, ma un pesante mantello nero bordato di pelliccia e il tocco nero in testa: veste tipica dei nobili ma non di una categoria; nè si può pensare che sia vestito "in corruccio" cioè a lutto, in quanto tale abbigliamento era proibito ai Procuratori in carica. E´quindi probabile che il ritratto, generalmente considerato opera giovanile di Jacopo Tintoretto, risalga a prima della elezione del nobiluomo alla carica di Procuratore e da lui stesso sia stato trasferito nelle sale dell' importante sede di lavoro.
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Tiziano Vecellio (Pieve di Cadore 1490-Venezia 1576) Venere allo specchio, cat. d.38 tela, cm.115 x 84 Collezione Franchetti |
La tela, tagliata a destra, costituisce una delle tante varianti dipinte nella bottega di Tiziano della Venere allo specchio, di cui sono note raffigurazioni con uno o due puttini o, come in questo caso, senza. Il soggetto, di cui esisteva un originale di Tiziano ricordato dalle fonti, oggi perduto, aveva ottenuto un notevole successo tanto che ne furono eseguite diverse copie di cui una decina note, opera di artisti della bottega di Tiziano stesso, ma anche di altri come Paul Rubens, o il fiammingo Lambert Sustris; tuttavia nessuna delle varianti, oggi disperse in molti musei e collezioni, si può considerare eseguita dal maestro, anche se dagli studi critici si tende ad identificare l' originale con quello esposto alla National Gallery di Washington. Tra tutte, l'esemplare proveniente dalla collezione Franchetti, per una certa morbidezza del segno costruttivo, tipica dell´artista, e per quell´impalpabile leggerezza del tessuto pittorico, sembrerebbe attribuibile con una certa sicurezza al pittore cadorino.
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Antonie van Dyck (Anversa 1599 - Londra 1641) Ritratto di Marcello Durazzo, cat.d.143 tela, cm.205 x 129 Collezione Franchetti |
La grande tela, uno dei più raffinati ritratti del pittore fiammingo, costituisce il pendant di una coppia di dipinti, raffiguranti il nobiluomo e la moglie, provenienti ab antiquo dalla famiglia Durazzo di Genova, una delle più importanti famiglie cittadine. Per varie vicissitudini, le due tele andarono divise e mentre il ritratto di Marcello veniva acquistato sul mercato dal barone Franchetti, il ritratto della moglie passava nel Museo di Palazzo Rosso a Genova. L´opera è sicuramente databile agli anni tra il 1622 e il 1627, epoca in cui il pittore fiammingo aveva soggiornato nella città ligure, lavorando in diverse chiese e per molte nobili famiglie e lasciando una impronta sostanziale sulla ritrattistica barocca.
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Paris Bordon ( Treviso 1500 - Venezia 1571) Venere dormiente, cat.d.39 tela, cm.86 x 137 Collezione Franchetti |
La tela raffigura Venere, distesa ai margini di un bosco su un drappo sorretto da un amorino. La raffigurazione della Venere dormiente è uno dei soggetti che nel Cinquecento incontrarono più successo, tanto che il tema, dipinto inizialmente da Giorgione nella tela oggi alla Gemäldegalerie di Dresda, fu più volte ripreso da altri artisti di ambiente veneziano. L´iconografia, inconsueta per una Venere, generalmente dipinta in piedi o uscente dall´acqua, deriva da raffigurazioni di ninfe, provenienti da rilievi classici e giá riprese nella Hipnerotomachia Poliphili. Nel dipinto, il ricorso alle citazioni classiche è ancora più evidente nel puttino che sostiene il drappo, ripreso testualmente da uno dei frammenti del cosidetto "Trono di Saturno" della cinquecentesca Collezione di Vincenzo Grimani, oggi al Museo Archoelogico di Venezia.
Sculture
Nella sala è esposta una serie di busti di Alessandro Vittoria, scultore trentino, che, trasferitosi in gioventù a Venezia, diventò uno dei maggiori esponenti della cultura manierista lagunare. Tra le sue sculture numerosi sono i ritratti ufficiali, di uomini politici o condottieri, dove alla forma più convenzionale e ripetitiva del busto, che è quasi sempre chiuso nel manto tipico della carica rivestita, o con la clamide romana, si contrappone un'analisi profonda del personaggio raffigurato, i cui dati fisionomici sono riprodotti senza alcuna idealizzazione della persona, ma dove emergono invece chiarissimi i dati salienti del carattere, dal senso pacato del potere, alla prudenza, alla sagacità: elementi, questi, che avvicinano i ritratti dello scultore a quelli di Jacopo Tintoretto, caratterizzati da una altrettanto acuta indagine psicologica.
Marino Grimani, proveniente da una nobile famiglia veneziana, aveva intrapreso molto giovane la carriera politica, rivestendo numerose cariche fino a quella di Procuratore nel 1566. Eletto Doge nel 1595, segnò gli anni di passaggio tra i due secoli.
Il busto nel corso del tempo era stato completamente dipinto di nero, per conferirgli una parvenza di bronzo, e soltanto il recente restauro ha rimesso in luce la bellissima doratura originale. La traduzione del pezzo in marmo, oggi nel Museo di Palazzo Venezia a Roma, rispetto al modello in terracotta, appare più fredda e sintetica, tanto da farne ritenere l´esecuzione opera di qualche allievo di bottega.
Arazzi
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Manifattura di Bruxelles prima metà sec.XVI Betsabea e Davide, cat. T3 Trama e ordito di lana con fili di seta, cm. 530 x 415 Acquistato nel 1929 |
Gli arazzi, di cui uno della manifattura di Bruxelles del XVI secolo, e gli altri di manifattura più genericamente fiamminga, presentano scene incorniciate da un largo bordo tessuto con motivi vegetali, animali e figure, caratterizzate da grande vivacità. Quello raffigurante Davide e Betsabea, reca la marca municipale di Bruxelles (una specie di marchio di garanzia del prodotto), la marca del tessitore e la sigla in alto dell'artefice del cartone, identificabile con il pittore Jan de Buck; quello con l' Arca di Noè è molto simile, nella tipologia figurativa e nei colori dei filati, tanto da far pensare anche in questo caso ad una manifattura di Bruxelles; quelli con le raffigurazioni di un grande colonnato dietro cui si apre un paesaggio e quello con la storia di Atalanta e Ippomene, sono evidentemente di manifatture diverse. Sconosciuti, fino ad ora, sono gli autori dei cartoni preparatori sui quali veniva dettagliatamente dipinto, anche da pittori di notevole rilievo, quanto poi doveva essere tessuto; per le parti accessorie come i bordi si usavano cartoni più generici, di repertorio che potevano essere ripetuti anche in opere diverse.